Da qualche settimana gioco con la nuova arrivata di casa Fujifilm, la X100s. Sono stato e sono tuttora un grandissimo fan della primogenita, la X100, che a mio parere ha segnalato un punto di svolta nel settore fotografico, portando con se una ventata di aria fresca che ha smosso molti altri produttori. E’ vero, non era perfetta fin da subito: era decisamente perfettibile, e Fuji si è dimostrata molto professionale a rilasciare tutta una serie di firmware update per migliorare la macchina quanto più possibile.
Ma alcune limitazioni sono rimaste ed ecco che a quasi due anni dall’uscita della capostipite della serie X, con la X100s Fuji riprende una formula vincente e la ripropone migliorata ed ottimizzata. Stessa carrozzeria ma un cuore tutto nuovo.
Questa non vuole essere una recensione dettagliata, ne tantomeno una comparativa tra la prima versione e la seconda, ma semplicemente si vogliono riportare alcune veloci impressioni d’uso della X100s. Per una dettagliata recensione gli amici di riflessi fotografici stanno lavorando sodo per portare alla luce il prima possibile un minuzioso articolo.
Tutto quello che posso dire è che per ora questi sono gli elementi che saltano all’occhio:
1– la macchina è scattante, reattiva: si accende velocemente, registra i file velocemente (se scattate la raffica da 6 immagini ed avete una scheda veloce, il buffer si libera immediatamente!), focheggia velocemente, anche in situazioni in cui la precedente versione andava in tilt. In situazioni di bassa luce, dove con la versione non-s era impossibile focheggiare, qui si riesce ancora a sfruttare l’autofocus.
2– la qualità dei file, grazie all’arrivo della tecnologia Xtrans, ha fatto un balzo in avanti abissale! forse chi già come me possiede una XPro1 o una XE1ci sarà già abituato, ma se volete vedere il rumore dei file, chiamate Sherlock Holmes… sarà difficile trovarlo! ora manca solo che gli ultimi produttori di software (Aperture! Dxo! dove siete?!?) si degnino di implementare la conversione dei file generati da Xtrans, e poi siamo a posto (Adobe lo sta già facendo, ma non sono ancora fan al 100% delle conversioni che offrono…). Il limite più grande che vedo qui è il dover cambiare il proprio workflow se non si è già utenti Adobe
3– quella che a mio avviso è la novità più grande è la messa a fuoco in manuale: ora è usabilissima. Rende l’autofocus quasi superfluo. Si può passare da infinito alla minima distanza di messa a fuoco con mezzo giro della ghiera, e soprattutto è assistita da due nuove funzioni Digital Split Image e Focus Peak. La prima è sostanzialmente le parte centrale dell’immagine divisa in più parti fino a collimare al momento dell’avvenuta messa fuoco, come succedeva nelle macchine fotografiche anni 70 e 80. Non ero fan allora, non sono fan nemmeno adesso (ma sono certo moltissime persone lo saranno). E’ la seconda funzione che per me è comodissima. In sostanza il Focus Peak permette di vedere con un contorno frastagliato grigio le aree dell’immagine su cui corrisponde il piano focale. Impossibile sbagliare la messa a fuoco con questo sistema. Se proprio vogliamo essere pignoli, poter avere colori più “sgargianti” del grigio sarebbe un plus non da poco, ma Fuji per ora si è dimostrata sempre attenta alle richieste e chissà che in un prossimo firmware update non arrivi il regalo…
La freccia indica come viene visualizzato il piano di messa a fuoco
4– Alcuni siti hanno riportato la notizia di una grossa perdita i qualità d’immagine a tutta aperture, f 2. E’ vero, la IQ (image quality) cresce diaframmando di un paio di stop, ma questo è vero per ogni ottica al mondo. Io personalmente non ho notato una qualità di immagine così bassa da non poterci fotografare.
5– Il fatto che non sia stato cambiato il design, lo trovo un enorme plus: ho amato dal primo momento il design della X100, che mi ha dato due anni di emozioni fotografiche ininterrotte, e trovarmi in mano con la sua evoluzione sostanzialmente identica a vedersi mi renderà il distacco dalla capostipite meno doloroso..
Qui di seguito qualche immagine realizzata con la X100s.
Ho recentemente avuto il piacere di tenere una serata per Profoto (distribuita in Italia da Grange) a Roma sull’uso della luce artificiale in esterni e più in particolare nel reportage. Lo scopo era quello di mostrare come anche nel reportage a volte è fondamentale avere l’ausilio della luce artificiale, quando quella naturale non vuole o non può essere di aiuto. Avrei ovviamente preferito poter fare tale intervento in esterni, dove la simulazione di un reportage è più facile, ma, come sempre mi succede, il motto “se era facile, chiunque lo poteva fare” si è ancora una volta rivelato più vero che mai… infatti per vari motivi logistici mi sono trovato a fotografare in uno studio completamente bianco con sole luci artificiali, con dei soggetti da “dirigere”: in altri termini esattamente il tipo di foto che non faccio mai e che rifuggo sempre…
Per creare una situazione un tantino più consona alle mie abitudini fotografiche, ho deciso di realizzare una piccola scenografia per ambientare uno o più soggetti. L’idea è quella di ricostruire un piccolo camerino di un circo, o per dirla all’inglese un “backstage”, in cui un paio di abili (e pazzoidi) giocolieri si “scaldano” prima di entrare in scena ed esibirsi nel loro numero. Quindi ambiente circense, camerino, chiaroscuri molto intensi, ombre pesanti, colori saturi, luci molto dirette. Il problema nella realizzazione di tutto ciò è principalmente nella logistica, dato che io vivo a Zurigo mentre lo studio è a Roma, è seminterrato, alto solo 3 metri, e soprattuto, fino al giorno dello shooting non ci sarei arrivato e non mi sarei reso conto di cosa è effettivamente fattibile in questa location. Per cui ho deciso di procedere in questo modo:
1) crearmi io stesso un bozzetto di quello che voglio realizzare: spiegare a chi sta nello studio di Roma quello che io ho in testa e cosa vorrei ottenere è difficile, mandare una foto ovviamente non è ancora possibile (lo sarà alla fine del seminario…), per cui armato di carta e rubati alcuni pennarelli colorati a mio figlio, ho fatto un paio di disegni fintanto che non ho ottenuto quello che volevo. Questa la scenografia che ho deciso di realizzare (si, lo so, non sono certo parente di Michelangelo)
2) ho poi pensato che se avessi trovato i tessuti presso una catena internazionale, avrei potuto facilmente guardarli di persona e poi comunicare i codici prodotto a chi a Roma avrebbe provveduto all’acquisto dei materiali direttamente in loco, recandosi presso lo stesso venditore nella sede capitolina. La scelta, vuoi per costi che per comodità geografica è caduta su Ikea (c’è un Ikea non lontano da casa mia ed uno non lontano dallo studio di Roma, ma questo non fa troppo testo in quanto c’è un Ikea non lontana dalla casa di chiunque…). Il caso vuole che i tessuti che ho disegnato nel bozzetto esistano realmente… anche qui, una riprova di quello che Mike Yamashita del National Geographic dice sempre: “i fotografi sono pagati per essere fortunati”.
3) presso lo studio ci sono montanti, aste, pull-up e qualsiasi altra cosa serva ad allestire lo scheletro della scena, quindi questo punto non è certo un problema
4) ora, l’ultimo (anzi il penultimo) punto da risolvere è quello dei personaggi. Sono abituato a fotografare situazioni con le quali non interagisco (o per lo meno cerco di interagire il meno possibile), non poso praticamente mai i miei soggetti (se non per qualche ritratto in cui chiedo di guardare direttamente in macchina) e soprattutto non dirigo mai l’azione (d’altra parte faccio il fotografo, mica il regista…). Quindi l’idea di avere dei soggetti in studio che aspettano che io dica cosa fare mi da ansia e sopratutto mi annebbia il cervello (ancora di più di quel che già è). Per cui la scelta (azzeccatissima, con il senno di poi) è quella di coinvolgere degli artisti di strada, che sono abituati a tener banco praticamente in ogni situazioni. Tramite amicizie e giri di voce romani (Max e Ilenia mi avete salvato!) la scelta cade sui Calvin Clown. Meglio non si poteva sperare: bravi simpatici, pazienti, e … fanno tutto loro..
5) l’ultimo punto da risolvere? beh, ovviamente quello di creare, con una buona scena e dei bravi soggetti, una bella luce…Ho posizionato alcune lampade di basso wattaggio (per la cronaca, il reparto luci dell’Ikea dovrebbe essere meta obbligata per ogni fotografo che voglia lavorare con la luce artificiale, ci sono un sacco di luci interessanti a prezzi abbordabilissimi) che ci rappresentano l’illuminazione disponibile nella scena così come la troviamo quando arriviamo per fare il nostro reportage… come il più delle volte succede nella vita reale, la luce è talmente scarsa che mi debbo per forza di cose creare io stesso una luce migliore usando quella artificiale.
Poi, ho aggiunto una luce blu “di scena” che aiuti a delineare l’ingresso in pista e che aiuti a separare, visivamente e mentalmente, il camerino dall’area spettacolo.
Per finire, facendo un lavoro a più cervelli (i partecipanti alla serata sono stati infatti coinvolti nella decisione della tipologia e del posizionamento delle luci) siamo arrivati ad ottenere le immagini finali, decisamente più vive di quella iniziale ed ancor di più di un ritratto su sfondo bianco… Pur disponendo di corrente elettrica a volontà, abbiamo solamente utilizzato luci alimentate a batteria (i fantastici, iper affidabili e non troppo economici Profoto Pro-8A) per simulare in pieno un reale shooting in esterni.L’unica luce non alimentata a batteria è la luce blu di scena, data dal Profoto ProDaylight800 Air ed una gelatina blu. Inoltre, considerando che l’intento è ricreare luci forti ed intense, non abbiamo usato diffusori o soft-bank, ma solo griglie e snoot, proprio per mimare la “crudezza” delle luci di scena e di backstage.
Concludendo, anche questa sessione di scatti si è rivelata in linea con quanto sostenuto da molti (compreso il sottoscritto) che le foto nascono prima nella testa che nel sensore, nel senso che nonostante il margine all’improvvisazione ed al trasporto del momento ci debbano sempre essere, è molto importante (e di immenso aiuto) avere già in testa la tipologia di immagine che si vuole ottenere.
E adesso che i giocolieri si sono scaldati, buono spettacolo a tutti!
Dagli ultimi test sembra che l’uso delle SD card rallenta la velocità di scrittura della 5Dmk3.
Da ormai alcuni mesi fotografo in lungo ed in largo con l’ultima erede della dinastia delle 5D, la Mk3, e debbo dire che l’ergonomia d’uso e l’autofocus giustificano il salto generazionale ed economico di questa macchina. Tra le varie caratteristiche dell’ultima incarnazione c’è anche il doppio slot per memory card, per alloggiare contemporaneamente una SD ed una CF.
Amo molto la possibilità di scattare con due schede, soprattutto se personalizzabile come in questo caso, dato che tra le altre cose si può configurare in questo modo:
1 — l’immagine viene registrata su entrambe le schede (la sicurezza innanzitutto!)
2 — su una scheda si registrano i raw e sull’altra i jpeg (cosa?!? jpeg? e chi lo usa più?)
3 — si usano in sequenza, quindi riempita la prima si comincia a scattare sulla seconda scheda senza dover cambiare card e senza rischiare di perdere l’attimo fuggente
Personalmente ho apprezzato da subito il poter usare le SD, dato che il mio laptop legge le SD (e mi risparmio di portare ed eventualmente perdere un lettore di schede CF) e ormai con le mirrorless o le compatte tutti abbiamo diverse schede SD, quindi diciamo che usare le SD anche sulla Mk3 mi è parso una bella comodità: un lettore in meno, un porta schede in meno, e più omogeneità nel workflow
A onor del vero vero fin dall’annuncio della Mk3 era stato chiarito che lo slot SD non avrebbe supportato la velocità raggiungibile dalle attuali schede SDHC, mentre la velocità piena del buffer sarebbe stata consentita con l’uso delle CF. In prima battuta ho pensato che fosse un limite firmware dettato da ragioni di marketing per non togliere potenziali acquirenti alla serie 1, notoriamente dedicata ed avvezza alla velocità pura… Poco male, raramente fotografo sport e non uso quasi mai la raffica, per cui non sento questa necessità, e tengo sia una CF che una SD nel corpo macchina, usando la CF dove ho bisogno di velocità di scrittura elevate e la SD per tutti gli altri casi.
Mi sono però accorto che se la SD è inserita nello slot, anche la velocità di scrittura della CF si “commuta” su quella della SD, mentre se la SD non è inserita e uso solo la CF la velocità di scrittura è quella massima ottenibile. Volendo parlare di numeri, se con una CF di ultima generazione posso raggiungere i 90 o 100 MB al secondo (1000x), se inserisco la SD il massimo che ottengo sono 20MB al secondo (133x), anche se ho una SD da 90MB al secondo (600x). Il perché lo ignoro, credevo di essere solo in queste mie elucubrazioni ma (fortunatamente) anche Jeff Cable di Lexar ha notato questa stessa caratteristica. Di fatto, Canon ha dotato la Mk3 di uno slot CF che aderisce al protocollo UDMA7, ed uno slot SD che NON aderisce allo protocollo UHS. Questo, in soldoni, il problema.
La soluzione? al momento sembra non essere firmware, potrebbe essere una caratteristica costruttiva della macchina che un aggiornamento software non riuscirebbe a cambiare. Ma c’è una soluzione più semplice: se scattiamo sport o comunque sequenze veloci di foto, usiamo solo le schede CF. Per tutte le altre situazioni, anche con la SD inserita, non dovrebbero esserci grossi limiti, il buffer della macchina è comunque veloce. Provare per credere!
Questa notte Canon ha annunciato la nuova 5D MkIII. A questo link trovate il comunicato stampa ufficiale e la serie completa di tutte le (tante) nuove caratteristiche… Vorrei invece soffermarmi sulla caratteristiche che la rendono (sulla carta ma spero e credo anche nella realtà) non solo un’evoluzione ma una vera e propria rivoluzione:
1– autofocus a 61 punti
direttamente correlato con quello dell’ammiraglia Eos 1Dx, non posso che dire: finalmente! anche perchè, diciamocelo sinceramente, l’autofocus della MkII è sempre stato un mezzo disastro, sostanzialmente come concezione vecchio di diversi anni anche appena uscita la macchina
2– tropicalizzazione
non ho idea al momento di quanto sia effettivamente tropicalizzato il corpo macchina, di sicuro migliorare la tropicalizzazione attuale non si fà troppa fatica… appena qualcuno lascierà la sua nuova e fiammante MkIII sotto la piaggia per alcune ore, mi faccia sapere come reagisce…
3– layout bottoni
ereditato direttamente dalla 7D, anche qui non rimane che dire… era ora! a parte una disposizione che sembra molto razionale ed ergonomica, c’è la possibilità di personalizzare le funzioni dei vari bottoni ed assegnare ad essi varie funzioni. Non ultimo, il tasto M-Fn (personalizzabile) vicino al pulsante di scatto, praticissimo!
4 — multiexposure
non so bene il perchè, ma le facevo in pellicola ed ho sempre detestato doverle fare in Photoshop (tanto che ho quasi smesso), e soprattutto ho sempre invidiato Nikon che da sempre permette di farlo direttamente in macchina! adesso che Canon ho deciso di darci questa possibilità, si riparte!
5 — mirino ottico con copertura al 100%
ancora un grosso passo, personalmente ho sempre detestato trovarmi nelle foto qualcosina che nel mirino non vedevo… per poi dover ritagliare via quanto in eccesso (non si fa! non si fa!) Adesso non ci sono più scuse, se l’inquadratura è imperfetta al colpa è di chi scatta, non più del mirino…
6 — ghiera modalità bloccabile
eredità della 60D, finalmente anche i “fullframisti” possono bloccare la ghiera di selezione modalità (P, M, Av, Tv, etc) in una posizione e non trovarsi più a dover sempre rimettere su M dopo aver portato la macchina in spalla per 3 minuti. In realtà si poteva far modificare ai centri assistenza autorizzati Canon anche la 5D MkII e far aggiungere il blocco ghiera, ma il portafoglio si sarebbe svuotato di 100 talleri…
7 — dual slot
si, è vero, siamo tutti dei veri fotografi e non scattiamo mai con le compattine… giusto? quindi nessuno di noi ha delle schede SD in casa, giusto? dai, diciamo la verità, con il settore di macchine piccole e performanti, ormai abbiamo tutti un secondo (o terzo o quarto, come nel mio caso) corpo o sistema che usa le SD, quindi, eccoci serviti! doppio slot, uno per CF ed uno per SD, cosi se qualcosa va storto con la prima scheda abbiamo direttamente un back up sulla seconda, oppure una volta riempita la prima si comincia a registrare sulla seconda.. e via cosi con funzioni personalizzabili! (ma mi raccomando, non usiamo la seconda per registrare i jpeg! non vogliamo i jpeg!)
8 — headphone jack
forse ai più questa novità passata inosservata, ma per chi fà video è una rivoluzione, risparmia attrezzature costose ed ingombranti per meglio gestire l’audio (anche qui, diciamo la verità, la MkII ha una gestione dell’audio limitata e irritante) e permette un monitoraggio del suono registrato molto migliore e più preciso
Ci sono anche altri annunci contestuali a quello della 5D, un nuovo flash radio-controllato, un nuovo modulo di controllo remoto flash, un modulo GPS, un nuovo battery grip ed un trasmettitore WIFI.… a breve altre news più dettagliate…
Di solito si dice la sera, ma in questo caso vale la pena di dirlo anche di mattina: sogni d’oro!
Probabilmente qualcuno di voi si sta già chiedendo cosa possano avere in comune il seminario annuale del National Geographic (una sorta di raduno della “tribù” di fotografi della rivista sparsi per tutto l’anno in tutto il globo) ed un fotografo altamente “modaiolo” ed onirico come David LaChapelle?
E’ esattamente quello che mi sono chiesto anche io quando ho ricevuto a fine 2011 l’invito per il seminario annuale, ed ho visto sulla copertina una foto di LaChapelle. D’altra parte, rappresenta tutto quello che non mi piace nella fotografia e nell’etica fotografica, e l’ho sempre considerato agli antipodi del genere fotografico che amo che è invece rappresentato dal National Geographic.
Cosi, quando la settimana scorsa ero a Washington, ed il seminario giungeva quasi alla fine con l’arrivo di LaChapelle (era infatti l’ospite in chiusura della giornata) stavo quasi per lasciare l’auditorium (altri amici fotografi che non vedevo da tempo erano già usciti e si incontravano ad un pub)… ma poi per un qualche motivo sono rimasto. E sono ben contento di averlo fatto. Mai e poi mai giudicare le apparenze: me lo dico sempre, ma qualche volta ci cado, e questo è il classico esempio.
Quello che mi aspettavo essere un frivolo e viziato fotografo di moda, si è rivelata invece una persona con una intelligenza acuta, una vasta cultura (fotografica e non) una grande sensibilità ambientale , un senso dello humor raro e con una grande profondità di pensiero dietro ad ogni fotografia (indipendentemente dal fatto che le foto piacciano o meno)
Quando le sue interpretazioni cominciavano a diventare fastidiose per alcuni editori (non so se qualcuno ricorda le sue interpretazioni “blasfeme” della vita di Gesù) e per non perdere libertà creativa, David ha avuto il coraggio di staccare con il mondo editoriale e della moda per ritirarsi a fotografare solo ed esclusivamente su progetti personali.
Le sue foto non nascono da ore e ore di elaborazione in Photoshop (non che questo sia totalmente assente nel processo produttivo…) ma da ore e ore di certosina preparazione dei set e delle luci, dove ogni più minimo dettaglio viene curato da un equipe di numerose persone. Ha lasciato tutti di stucco mostrando il video di backstage della sua interpretazione della Pietà (Heaven To Hell) in cui è tutto preparato dal vero!
Le sue foto, anche se a volte all’apparenza eccessive e “leggere” in realtà hanno a monte una grande concettualità ed un forte valore di denuncia, e nascono con una minuziosa ricerca a monte di informazioni. E qui viene la parte più bella. Una delle fonti di ispirazione più forte per LaChapelle è proprio il National Geographic. Il suo ritratto di Marilyn Manson è ispirato dalla famosissima foto della bambina afghana di Steve McCurry, la serie di ritratti sott’acqua Awakened è ispirata dalle foto delle balene di David Doubilet, la sua immagine Rape Of Africa con Naomi Campbell, forse una delle più famose, è ispirata dal servizio sull’oro di Randy Olson. Chi l’avrebbe mai detto? io no di sicuro, fermandomi alle apparenze. E dal seminario ho completamente rivalutato il lavoro di LaChapelle.
Aveva ragione Vince Musi, un altro bravissimo fotografo del NG, che mi ha sempre detto “studia il lavoro dei fotografi che non ami e cerca di capire perché non li ami, e questo ti farà crescere come fotografo.”
Dopo aver parlato di quella che è la foto più vista di sempre, questa è la foto che la settimana scorsa, presso la celebre casa d’aste Christie’s ha raggiunto il prezzo più alto di vendita di sempre.
L’autore è Andreas Gursky, e la foto è andata ad un compratore anonimo per 4,34 milioni di dollari, superando cosi il record (recentissimo) dello scorso maggio in cui una foto di Cindy Sherman è stata venduta per 3.89 milioni di dollari.
Ora, a prescindere dal fatto che la foto piaccia o meno, dato che è una questione puramente personale, questa notizia porta a riflettere sullo stato della fotografia.
E’ vero che ci sono stati, e ci sono tuttora, molti cambiamenti che hanno portato alla morte di alcuni settori della fotografia ed alla sostanziale riduzione della “fetta di torta” per molti fotografi professionisti. E’ vero che i budget non sono più quelli di un tempo e che si deve fare molto di più per molto di meno.
Ma è anche vero che la fotografia è oggi considerata quasi alla stregua delle altre forme d’arte (e le quotazioni raggiunte da certe fotografie ne sono la prova), così come è vero che oggi più che mai in certi settori della fotografia si investono cifre fino a poco tempo fa impensabili, così come è vero che i cambiamenti non vanno solo visti come perdite ma soprattutto come grandi opportunità.
Detto in altri termini: prima di sparare a zero (come ha fatto la maggior parte della comunità fotografica sui vari canali online) su immagini come quella di Gursky, domandiamoci come ha fatto l’autore a crearsi un nome, una credibilità, e perché la sua visione del mondo (del Reno, in questo caso) sia tanto quotata.
Chi sa la risposta dell’ultima domanda, me la potrebbe inviare via email ?…
Un nuovo video (utilissimo) dall’instancabile Roberto Tomesani di Tau Visual, sui concorsi-bufala che al momento popolano e sfruttano i social network.
Spesso l’uso del flash viene visto come fumo negli occhi da molti fotografi: è vero che ci sono alcune regole da sapere, e negli articoli che vedremo nelle settimane sucessive molte saranno spiegate attraverso esempi. Oggi, quasi per invogliare i detrattori del flash, vediamo la tecnica del “light painting” che lascia massima libertà espressiva ed è molto divertente da realizzare (in fondo fotografiamo per divertirci no?).
Pennellare con la luce, dall’inglese light painting, è un termine molto generico che indica una tecnica per illuminare soggetti bui (o quasi) con una sorgente di luce: può essere una lampadina, una candela, una torcia, un flash (da studio o portatile, come nell’esempio di questo post) i fari di una auto… insomma, quello che volete! E’ il fotografo stesso a illuminare il soggetto durante pose piuttosto lunghe, che vanno da alcuni minuti a svariate ore, quindi è fondamentale l’uso di un treppiede e di un cavetto di scatto remoto (per non far vibrare la macchina premendo il pulsante di scatto). Per i veri “light painter” non sono ammesse post-produzioni in software di foto ritocco, si fa tutto in macchina!!
La foto che vedete è realizzata in un abbazia a cielo aperto in Toscana, dove è possibile (almeno lo era quando ho realizzato la foto nel 2002) accedere 24 ore su 24. L’illuminazione artificiale della chiesa era attiva fino a mezzanotte (l’ho scoperto perchè ho dovuto aspettare 4 ore che si spegnesse l’illuminazione…) e da un lato è stato un bene in quanto mi ha permesso di scegliere senza troppo fatica l’inquadratura che avrei voluto ottenere.
Poi, una volta spenti i potenti fari, è cominciato il bello del gioco… quindi, macchina su treppiede, bassa sensibilità iso, posa B (se il soggetto non è illuminato, potete lasciare l’otturatore aperto svariati minuti / ore che non cambia nulla) e con la sorgente di luce prescelta (in questo caso un mitico flash Vivitar 285 HV) ho cominciato ad illuminare tutta la chiesa, arcata per arcata, pezzo per pezzo…
Considerato che la parabola del flash non è molto grandangolare, copre all’incirca l’angolo di un 35mm, ci sono voluti 2/3 colpi di flash per arcata (se non ricordo male ci sono 7 archi per lato, più i due archi alla fine delle navate laterali, più il muro in fondo alla chiesa, più i colpi di flash per illuminare la zona dell’altare): il flash era a piena potenza, quindi tra un lampo e l’altro dovevo anche aspettare la ricarica completa (ho anche cambiato almeno un set di batterie) e fra una cosa e l’altra quasi un oretta ci è voluta tutta per illuminare la chiesa…
A tratti mi annoiavo anche un pochino, ed è per questo che ho messo qualche “firmetta” qua e la, giusto per divertirmi con pose più plastiche (vedi ingrandiment0)
Ora, finito l’illuminazione via flash, avrei anche potuto chiudere l’otturatore, e considerare di aver pennellato abbastanza, ma ho pensato di fare qualcosa in più: ho lasciato altre 5 ore l’otturatore aperto (con l’abbazia buia) in modo che nel cielo venisse registrato il moto delle stelle (per essere precisi, il moto della terra) e si generassero quindi i cerchi concentrici che si vedono nella foto.
Dal lato tecnico, ho usato un 14mm fisso Canon (ottica meravigliosa e oltraggiosamente cara: la uso si e no 2 volte all’anno, ma quando la uso benedico di essermi indebitato per comprarla), il diaframma impostato su 5.6, un tempo di circa sei ore e il flash a piena potenza (avevo fatto alcuni calcoli prima di scattare che impostando il diaframma a 5.6 avrei dovuto usare tutta la potenza del flash)
Più volte mostrando questa foto mi è stato chiesto di spergiurare che non ci sia post-produzione in digitale, e con (non lo nascondo) un minimo di fierezza rispondo sempre che la foto è scattata su Velvia 50… il verde del cielo che si otteneva come conseguenza del difetto di reciprocità lo conferma (chi è della “vecchia scuola” sa di cosa parlo)
A prescindere dai risultati della foto, la parte più bella sono state le cinque ore in cui ho aspettato che si registrassero le stelle, passate a dormire (perlomeno a provarci) nell’ambiente suggestivo di una abbazia a cielo aperto, buia, isolata e mezza diroccata, in attesa che si completasse le foto: è un esperienza mistica, la suggerisco caldamente!
Un blog sulla luce e sulla fotografia, sviscerate attraverso tutorial, test, prove e news dal mondo fotografico. Con un dettaglio aggiuntivo: niente filtri e niente sponsorizzazioni, solo pareri personali e frutto di esperienza diretta. Buona lettura…